Le lesioni muscolari nello sportivo
Fra il 10 e il 55% di tutti i traumi sportivi è una lesione muscolare. La differenza fra guarire in tre settimane e trascinarla per mesi si gioca nelle prime 48 ore.
A cura del Dott. Angelo Vetro · pubblicato nel 2015 · testo rivisto nel settembre 2026
Come si producono
Una lesione muscolare nasce da un trauma diretto — la forza schiaccia il muscolo contro i piani profondi, ed è lo scenario tipico degli sport di contatto come calcio, rugby e pallacanestro — oppure da un trauma indiretto, più frequente negli sport individuali come tennis e atletica. Nel trauma diretto il danno va dalla semplice contusione alla rottura, in funzione della violenza dell’urto e di quanto il muscolo fosse contratto in quel momento.
Perché succede: quasi mai è forza che manca
Nello sportivo la lesione è, paradossalmente, una conseguenza prevedibile dell’allenamento: il principio dell’allenamento è proprio sovraccaricare un muscolo perché si adatti a una prestazione superiore. Quando il sovraccarico supera i livelli che l’organismo tollera, scatta l’infortunio.
All’origine c’è di norma una fatica, periferica o centrale. La prima è un disordine metabolico locale. La seconda è più complessa: durante un esercizio prolungato aumenta il triptofano libero e con esso il rapporto fra triptofano e aminoacidi ramificati, il che porta più triptofano oltre la barriera ematoencefalica e aumenta la produzione di serotonina, che a sua volta inibisce il sistema dopaminergico riducendo eccitazione e motivazione. La conseguenza pratica è una sola: gli allenamenti vanno distribuiti in modo da consentire un recupero adeguato.
Nella corsa di resistenza le lesioni sono favorite da carenze tecniche, scarsa flessibilità o coordinazione, contrazioni eccessive, riscaldamento inadeguato e recupero insufficiente dopo uno sforzo precedente. Quest’ultimo punto merita insistenza, perché molti amatori agonisti — quindi già allenati — attribuiscono la lesione a un difetto di forza, quando la causa è il recupero. La prova è semplice: anche i campioni, in cui un deficit muscolare è improbabile, si fanno male. Allo stesso modo, correre con una meccanica inusuale — chi modifica la falcata, chi va sottoritmo in salita o in discesa — espone alla lesione.
Classificazione
Nel linguaggio comune si dice stiramento, strappo. In clinica conviene descrivere l’infortunio in base a cosa succede dentro il muscolo: capito quello, la diagnosi diventa semplice.
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Contrattura — grado 0: il muscolo è contratto, senza lesione delle fibre.
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Elongazione, o stiramento — grado 1: le fibre si distendono, ma non si rompono.
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Distrazione — grado 2: si rompe una parte delle fibre, con emorragia ed ecchimosi sottocutanea. Si distinguono tre stadi, dalla rottura di poche fibre alla rottura parziale.
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Rottura: l’interruzione interessa tutto il muscolo.
Anche i sintomi si distinguono. Nella contrattura il dolore è nel muscolo colpito e la presso-palpazione lo rivela contratto. Nell’elongazione il dolore è diffuso lungo tutta la fascia. Nella distrazione è focalizzato in un punto, e compaiono ecchimosi o ematoma. Nella rottura, oltre a dolore ed ematoma, è evidente il punto in cui le fibre sono interrotte.
L’ecografia permette di stabilire con precisione lo stato della lesione e di seguirne l’evoluzione fino alla guarigione.
Le prime 48 ore
Subito dopo l’infortunio vale il protocollo R.I.C.E., e va rispettato:
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Rest — fermare immediatamente l’atleta
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Ice — ghiaccio sulla sede della lesione
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Compression — bendaggio compressivo
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Elevate — sollevare l’arto
Applicato precocemente riduce dolore, infiammazione ed edema, e può accorciare i tempi di guarigione. Il passo successivo è arrivare a una diagnosi corretta.
Tre regole, e la seconda è quella che tutti infrangono
1. Considera la lesione sempre più grave di quello che sembra. L’autodiagnosi, se proprio si deve fare, va fatta pessimisticamente.
2. Il riposo è l’arma vincente nella prima parte della terapia, e per prima parte si intendono almeno sette giorni. È la regola che salta chi “non sa stare senza sport” e chi “deve gareggiare”. Anche i test di guarigione fatti barando — l’atleta sente ancora dolore ma si convince che sia un fastidio — non fanno che allungare i tempi.
3. Dopo le prime 48 ore, visita specialistica con ecografia, per riconoscere il prima possibile l’entità del danno. Chi contravviene a queste tre regole si trascina spesso la lesione per mesi.
Perché la diagnosi viene prima di tutto
Senza una diagnosi precisa non esiste una strategia terapeutica valida: trattare una distrazione come una semplice contrattura può avere effetti pesanti. Il professionista ha alle spalle un’équipe; l’amatore si affida spesso alla propria esperienza, o a chi non può intervenire subito.
Un esame clinico condotto da chi ha esperienza dirime la maggior parte dei dubbi, e un’ecografia accurata — eventualmente integrata con l’elastosonografia — è di norma sufficiente a indirizzare il trattamento.
Il trattamento fisioterapico dell’atleta infortunato ha tre obiettivi legati fra loro: limitare le conseguenze del trauma sui tessuti, prevenire i danni futuri e restituire l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica. Tutti e tre dipendono da come si è agito nelle prime 24-48 ore.
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