Calcificazioni della spalla: trattarle senza chirurgia
Fra l'artroscopia e le onde d'urto esiste una terza via: raggiungere il deposito con due aghi, sotto guida ecografica, e scioglierlo.
A cura del Dott. Angelo Vetro · pubblicato nel 2015 · testo rivisto nel settembre 2026
Che cos’è una tendinopatia calcifica
Il termine indica la deposizione di calcio — prevalentemente cristalli di idrossiapatite — nei tendini della spalla, cioè nella cuffia dei rotatori. La sede di gran lunga più frequente è il tendine sovraspinoso, interessato in circa l’80% dei casi.
C’è un dato che vale la pena conoscere prima di allarmarsi davanti a un referto: solo il 40% circa delle calcificazioni tendinee diventa sintomatico. Le altre restano mute. Quando invece danno sintomi, producono il quadro della “spalla dolorosa”, con test clinici positivi in modo variabile a seconda di dove si trova il deposito.
Tre fasi, e non fanno male allo stesso modo
La storia naturale della malattia attraversa tre momenti distinti, ed è il motivo per cui due persone con la “stessa” calcificazione possono raccontare esperienze opposte.
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Fase formativa — può essere silente, oppure dare un dolore subacuto, tipicamente notturno.
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Fase di riassorbimento — dolore acuto e penetrante che limita il movimento, talvolta accompagnato da febbre: è la rottura della calcificazione nelle strutture circostanti, con una reazione infiammatoria intensa.
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Fase ricostituiva — segue il riassorbimento e conduce alla guarigione.
Come si vede, e perché non con la risonanza
L’esame di prima istanza è l’ecografia muscolo-scheletrica, che distingue le calcificazioni in base alla fase evolutiva. Quelle di tipo I, le più frequenti, appaiono come lesioni focali iperecogene con netto cono d’ombra posteriore: sono depositi in fase formativa. I tipi II e III hanno cono d’ombra debole o assente e corrispondono a depositi in riassorbimento, ormai prevalentemente fluidi.
In questa fase il materiale, più fluido, può migrare nella borsa subacromiale — cosa che l’ecografia mostra bene — e provocare una borsite acuta da microcristalli.
La radiologia tradizionale permette di stabilire grossolanamente quale tendine sia interessato; l’ecografia è molto più precisa nel localizzare il tratto malato. La risonanza magnetica, nonostante panoramicità e capacità di caratterizzare i tessuti, non è una metodica affidabile per rilevare le calcificazioni.
Il trattamento percutaneo ecoguidato
La tendinopatia calcifica si può affrontare per via chirurgica in artroscopia, oppure con metodiche incruente come le onde d’urto. Il trattamento percutaneo ecoguidato — chiamato anche litoclasia — si colloca fra le due: si segue in tempo reale il tragitto di un ago nei tessuti molli fino alla calcificazione, per intervenire con precisione sul deposito e favorirne la destrutturazione e lo scioglimento.
La procedura richiede due operatori: uno posiziona la sonda ecografica, l’altro introduce l’ago osservandone il percorso sullo schermo. Dopo l’anestesia locale sottocutanea, l’ago raggiunge la borsa sub-acromion-deltoidea, che viene distesa con l’anestetico; si può poi infiltrare anche il tessuto tendineo attorno al deposito.
Segue la fase centrale: si inseriscono due aghi nella calcificazione e si esegue un lavaggio con soluzione fisiologica, che entra dal primo e trascina fuori il materiale calcico dal secondo. La differenza di pressione che si crea all’interno — resa possibile dall’integrità del guscio mineralizzato — è ciò che ne favorisce lo scioglimento. Prima di rimuovere gli aghi si introduce idrocortisone nella borsa, per un effetto antinfiammatorio immediato e localizzato; la guida ecografica serve anche qui, a evitare spandimenti nel tendine contiguo. Si conclude con medicazione e ghiaccio.
Chi ne trae il beneficio maggiore
L’efficacia massima, con riduzione significativa o scomparsa dei sintomi, si osserva nelle calcificazioni di tipo II e III — quelle in fase di riassorbimento — associate a dolore acuto e in assenza di lesioni della cuffia dei rotatori.
Si possono trattare anche i pazienti con dolore subacuto notturno, tipico dei depositi in fase formativa, per prevenire le crisi iperdolorose che accompagnano il passaggio alla fase di riassorbimento. Non si trattano invece le calcificazioni scoperte per caso in persone senza sintomi: è la stessa logica del 40% da cui siamo partiti.
Complicanze e limiti
Le complicanze durante la procedura sono poco frequenti, per via della mininvasività e del monitoraggio ecografico continuo. Quelle successive sono infrequenti e per lo più legate alla migrazione di materiale calcico nella borsa, con una borsite reattiva da microcristalli.
Il fallimento è molto raro ed è probabilmente legato alla fase — depositi completamente strutturati — o al numero, quando i depositi sono multipli e piccoli. In quei casi l’indicazione più corretta sono le onde d’urto.
In conclusione, l’ecografia è la metodica di scelta nella diagnosi, nel trattamento e nel controllo nel tempo della tendinopatia calcifica di spalla, e il trattamento percutaneo ecoguidato è una tecnica di provata efficacia che sta al confine fra l’artroscopia e i trattamenti incruenti.
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